Il caffè ed Eduardo De Filippo

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Il caffè non è mai soltanto una questione di chimica e di caffeina. Pensateci bene: non ci mettiamo a tavola solo per una questione di proteine, carboidrati e vitamine, ma lo facciamo per ciò che il cibo rappresenta: il bello di condividere e di riunirsi chiacchierando un po’ del più e del meno.

E il caffè non fa certo eccezione. Non beviamo il caffè solo per darci una spinta in più per affrontare una nuova giornata. No, il caffè è molto di più: un piacere, una scusa per stare insieme, una pausa o un attimo da dedicare soltanto a noi stessi. 

 Tutta la magia del caffè non poteva sfuggire dal diventare la musa di canzoni, musiche e di opere teatrali. Al caffè è dedicato, infatti, uno dei monologhi di “Questi fantasmi” del grande Eduardo De Filippo, una commedia in tre atti scritta da Eduardo nel 1945. 
Il protagonista è Pasquale Lojacono che si trasferisce con la moglie Maria in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo seicentesco. Maria, però,  non sa che il marito ha ottenuto l’affitto gratuito per cinque anni di quella bellissima e grande casa composta da 18 camere e 68 balconi in cambio …  di sfatare una diceria: la presenza di spiriti nella casa.

Tra scene comiche ed equivoci, all’inizio del secondo atto Pasquale, parlando con il suo vicino di casa il professor Santanna, si lascia andare in un monologo sul caffè e sulla filosofia della sua preparazione con consigli e piccoli trucchi per rendere il caffè ancora più buono e profumato. 

 Ecco il monologo:

Chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo, con la stessa cura? Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente. […]

Sul becco io ci metto questo coppitello di carta, pare niente, questo coppitello, ma ce l’ha la sua funzione . E già, perché, il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi e’ il più carico, non si disperde. Come pure, professore, prima di colare l’acqua, che bisogna far bollire per tre o quattro minuti, perlomeno, prima di colarla, vi dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargere mezzo cucchiaino di polvere appena macinata.

Un piccolo segreto! In modo che al momento della colata l’acqua in pieno bollire, già sia aromatizzata per conto suo. Professore anche voi vi divertite qualche volta, perché, spesso, vi vedo fuori al vostro balcone a fare la stessa funzione, siccome mia moglie non collabora, me lo tosto da me.

Anche voi professore? E fate bene… Perché, quella, poi, è la cosa più difficile: indovinare il punto giusto di cottura, il colore a manto di monaco … Color manto di monaco.

È una grande soddisfazione, ed evito pure di arrabbiarmi, perché se per una dannata combinazione, per una mossa sbagliata, sapete, vi scappa di mano il pezzo di sopra, si unisce a quello di sotto, e si mescola posata e caffè. Insomma viene una schifezza. Siccome l’ho fatto con le mie mani e non me la posso prendere con nessuno, mi convinco che è buono e me lo bevo lo stesso.

Ecco qua! Caspita, che caffè! È cioccolata! Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina di caffè presa tranquillamente qui fuori con un simpatico dirimpettaio,

voi siete simpatico, professore vedete, mezza tazzina me la conservo, me la bevo tra una sigaretta e l’altra…”

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